Un dettaglio della Serpentine Summer House, a Londra. - Credits: Foto: Iwan Baan
Un ritratto di Yona Friedman, 96 anni. - Credits: Foto: Iwan Baan
Il bozzetto di Space-chain phantasy, la prima opera pubblica americana, a Miami.
Rendering del progetto di Miami.
Rendering del progetto di Miami.
Storytelling

Yona Friedman: la forma dell’improvvisazione

Yona Friedman sta per compiere 96 anni.

Quando mi capita di fare il suo nome, conversando con altri architetti, la reazione è quasi sempre la stessa: un’espressione disorientata, seguita da un silenzio reverenziale. Friedman gode di una fama leggendaria. Nel 1956, salì sul palco del X° Congresso internazionale di architettura moderna, a Dubrovnik, per presentare il suo Manifeste de l'architecture mobile, contrapponendosi ai più eminenti architetti occidentali con la sua proposta, incentrata su impermanenza e improvvisazione, che poneva l’accento sui bisogni di ogni singolo individuo nella società.

Da allora, la sua idea di un’Architettura Mobile, capace di adattarsi alle città esistenti, pur concedendo spazio al libero arbitrio di chi dovrà abitarla, è stata interpretata e fatta propria in una miriade di modi diversi da architetti di tutto il mondo (Superstudio, Ant Farm, OMA, i Metabolisti e Cedric Price, per limitarsi a pochi nomi). I disegni della Ville Spatiale di Friedman, la sua opera più feconda, prospettano un futuro di coabitazione flessibile che non è mai stato formalmente adottato nei centri urbani, ma preannuncia, in 3D, la “nuvola” dei dati personalizzati che accompagna la nostra vita nel mondo. Friedman non ha mai trovato un terreno comune con l’edilizia commerciale, e la sua opera è rimasta allo stadio di esperimento e collaborazione in divenire, con piccole società, istituzioni e governi.

Gli esempi vissuti e concreti che più sono fedeli alle sue idee prendono corpo in comunità informali costituite per soddisfare bisogni urgenti: favelas, baraccopoli, situazioni come quella della Torre David, a Caracas, i cui organizzatori si sono rivolti a Friedman. La sua curiosità, il suo ottimismo, l’approccio profondo alla pianificazione urbana risuonano ancora oggi con forza, nel momento in cui fatichiamo ad adottare nuove strategie per affrontare le migrazioni di massa, il crescente numero di profughi e le crisi abitative in tutto il mondo.

Questa intervista con Yona Friedman si è svolta mentre lavoravamo alla prima opera pubblica da lui realizzata negli Stati UnitiSpace-Chain Phantasy – curata da me e da Gean Moreno (che è anche curatore dei programmi per l’Institute of Contemporary Art Miami) e installata nel Miami Design District lo scorso 2 marzo, fino all’estate del 2019.

C’è un aspetto della sua opera che secondo lei viene frainteso o male interpretato?
La mia opera non è semplicemente un fatto di capacità tecniche. Introduce in architettura l’improvvisazione e l’approccio per “tentativi ed errori”. Chi si concentra solo sulla tecnica è fuori strada.

Il suo lavoro pone l’accento sui bisogni e sui desideri dell’utente – da un punto di vista pratico, ma anche poetico – favorendo lo sviluppo di nuove emozioni, esperienze e realtà sociali. Che cosa occorre perché questo approccio passi dall’ideazione alla realizzazione? È il capitalismo il solo ostacolo che incontra?
I progetti partono come improvvisazioni, secondo il principio intuition plus contrôle. Sono costituiti da lunghe serie di immagini, adattate alla comunicazione.

In che modo l’idea e l’implementazione dell’architettura mobile contribuiscono alla costituzione delle comunità?
Quando ne hanno l’opportunità, le comunità scoprono la loro struttura latente. Lo abbiamo notato con il progetto che ci è stato commissionato per il centro amministrativo dell’azienda CDC Dubonnet Byrrh, a Ivry (1974), in Francia, e nella realizzazione del Lycée David d’Angers (1978-1981), dove i futuri utenti sono stati invitati a progettare da sé gli edifici. Lo si può vedere anche nelle baraccopoli. La condivisione costruisce relazioni.

Lei ha esercitato un’influenza su numerosi architetti, è molto apprezzato dal mondo dell’arte e viene associato all’ambito dell’estetica relazionale. Qual è il pubblico più ricettivo per la sua opera?
I giovani sono sempre stati i fruitori più attenti, ma anche gli architetti professionisti hanno preso a prestito certi aspetti delle mie proposte.

Le scuole di architettura, oggi, sono teatro di un conflitto tra teoria e pratica. Lei da che parte si schiera? E qual è il modo giusto per formare i giovani?
Le scuole esagerano l’importanza dell’artigianato e non forniscono informazioni sufficienti sulla società, le scienze e molti aspetti generali della vita. Io sono dell’idea che si dovrebbe dare maggior rilievo al contesto e ai fruitori.

Questa è una lezione che l’architettura sembra aver imparato. Oggi, gli architetti hanno maggiori opportunità di andare oltre la mera costruzione per esercitare un’influenza sulle reti politiche e sociali. In che modo possono dare un contributo alla società?
L’architettura è anche arte. Gli artisti non possono evitare di essere coinvolti nella vita reale.

Quali sono le invenzioni per lei più apprezzabili verificatesi nel corso della storia umana?
Le invenzioni più grandi sono preistoriche: un linguaggio articolato e la “porta”. I computer di oggi sono imperniati su questi due elementi.

Le città improvvisate sorte dai bisogni dei suoi abitanti, come le favelas brasiliane o le baraccopoli indiane, e insediamenti come la Torre David, a Caracas, sono considerati luoghi in cui si richiedono interventi e manutenzione. Come risponde a chi critica le condizioni di questi agglomerati? Quali lezioni dobbiamo trarre dal modo in cui queste comunità si sono formate?
L’auto-aiuto è stato inventato dalla gente bisognosa. Così è strutturata la società. E così nascono le baraccopoli.

In che modo ha affrontato o superato il problema del passato coloniale di alcuni dei paesi in cui ha lavorato?
I paesi che hanno un passato coloniale possono emanciparsene. Io faccio del mio meglio per liberare la mia mentalità professionale dall'ipoteca colonialista.

In che modo queste culture e questi modi di vivere differenti hanno informato il suo lavoro?
Vivevo in contesti che attraversavano brutali cambiamenti, tra oppressione e resistenza. Ho scoperto l’indipendenza. Io stesso ero tre volte migrante. Parlo e scrivo in quattro o cinque lingue e ho esperienza di molte culture diverse. Tutto ciò mi ha aiutato a forgiare la mia “immagine del mondo”. I miei progetti li considero incentrati sui problemi (società, tecnologia, ambiente, estetica...), finalizzati alla ricerca di soluzioni nell’ambito dell’architettura.

Stiamo collaborando a un progetto per il Miami Design District con l’Institute of Contemporary Art – la prima installazione da lei realizzata negli Stati Uniti – e anche a un libro, a una conferenza e a un simposio. Le sue opere hanno, in genere, titoli descrittivi, ma questa è intitolata Space-Chain Phantasy. Può dirmi da dove ha tratto ispirazione?
Devo scusarmi, perché il titolo da me proposto per quest’opera è davvero stupido. Considero il progetto di Miami come un prezioso esperimento di laboratorio – tutte le opere d’arte lo sono. La struttura di Miami potrebbe diventare qualcosa di più di una semplice opera in mostra. Potrebbe servire da “museo senza edificio”, una struttura per esposizioni, accessibile 24 ore su 24, senza biglietto d’ingresso.

A questo punto, avrò visto centinaia di suoi schizzi del padiglione di Miami. Di solito, invece, gli architetti sono molto più riservati per quel che riguarda il loro processo creativo. Non ci sono occasioni in cui si sottrae al dialogo e alla collaborazione?
Quando lavoro, ho sempre bisogno del parere di molte persone e ascolto tutti con estrema attenzione.

C’è una frase di John Cage che sembra ispirata dal modo in cui lei lavora: «Sviluppare un orecchio per suoni che sono musicali è come sviluppare un ego. Si comincia rifiutando suoni che non sono musicali e in questo modo ci si preclude un’ampia gamma di esperienze». Lei ha avuto una carriera lunghissima. Come si fa a rimanere umili e a non cedere al conformismo?
Io sono consapevole dei miei errori.

Foto: Iwan Baan
Traduzione: Gianni Pannofino